Civiltà della fabbrica
Antonella Pizzamiglio ha davvero abitato la fabbrica Ballarini a Rivarolo Mantovano, ce la racconta per tracce che restituiscono la sorpresa dell’ esplorazione dopo giornate e nottate in questo luogo straordinario.
Qualcuno pensa che le fabbriche, gli impianti industriali siano tutti più o meno uguali, e un certo modo, una certa retorica del lavoro industriale in fotografia ci hanno forse confermati in questo pregiudizio. La fotografa -ci viene da dire: la Donna con la macchina da presa, da citare Dziga Vertov tanto è articolato e dinamico il montaggio di queste immagini- ci accompagna in questo stabilimento-città per smentirlo. Va detto che la Ballarini è davvero una città. Estesa poco meno del prezioso agglomerato storico, la sua insegna araldica coincide con quella del paese. Va detto che Antonella Pizzamiglio non la attraversa da turista che fa incetta di luoghi comuni, parte dalle persone. Va anche detto di un capitolo precedente queste immagini, una sorta di performance collettiva, il ritratto di tutti gli abitanti l’opificio, uno per uno, ognuno un oggetto come complemento di scena per inventarsi. Qui, in questo nuovo attraversamento, parte dalle tracce, dalle piste, dai percorsi, lo spazio non è narrato per vedute degli oggetti, dei macchinari, degli impianti, ma come per occhiate veloci e rendendo quello che chi lavora qui vede tutti i giorni, da un posto all’ altro. Le luci che cambiano, il gesto del lavoro, quando arriva, è sempre annunciato dalle superfici, gli attrezzi sagomati dal gesto, quelli di ultimissima generazione tecnologica come quelli con una storia che li ha ridisegnati.
E’ un viaggio di pieni e vuoti, dettagli, illuminazioni e superfici, viaggio nel corso del quale cresce la curiosità di saperne di più, a volte di stupirsi che certe sculture incantate, certe macchine celibi, certi gesti e attrezzi magici abbiano anche un’utilità funzionale. Avvisi di sicurezza e procedurali che sembrano poesie dada (i bancali sparati, i pallet filmati…) e campiture di colore industriale che piega verso una dimensione pittorica sorpresa.
Immagini che come le briciole di una famosa favola tracciano qualche indicazione per una civiltà del lavoro da non dare mai per scontata.
Paolo Barbaro